FRANKENSTEIN: STORIA DI UNA CREATURA

Premessa.
In questo articolo eviterò il vocabolo “mostro” per definire il soggetto in esame. Troppo brutale e offensivo se riferito al solo aspetto fisico. Ritengo invece molto più adatto al nostro caso il termine “creatura” o “essere”, specialmente considerando la patetica umanità di questo ripudiato “figlio dell’uomo”.

I FASTI DELLA UNIVERSAL

“Fu in una cupa notte di novembre che vidi la fine del mio lavoro. Con un’ansia che arrivava fino allo spasimo raccolsi intorno a me gli strumenti della vita per infondere una scintilla animatrice nella cosa immota che mi giaceva davanti. Era già l’una del mattino, la pioggia batteva sinistramente sui vetri e la candela era quasi tutta consumata quando, al bagliore della luce che andava estinguendosi, vidi gli occhi giallo opachi della creatura aprirsi, respirò ansando e un moto convulso gli agitò le membra”.

Con queste parole la scrittrice inglese Mary Wollstonecraft Shelley descrisse, per bocca dello scienziato Victor Frankenstein, la nascita di una delle figure più tragiche e inquietanti che la fantasia umana abbia mai potuto concepire.
Era l’anno 1816. Le limpide acque del lago Lemano, splendido esempio di una natura superba e incontaminata, rispecchiavano il sublime paesaggio circostante, incorniciato dalla catena del Giura a nord e dalle Alpi a sud. Nel silenzio di Villa Diodati, immersa nella fertile valle di Ginevra, la rigogliosa fantasia di Mary fu rapita da sensazioni intense e travolgenti, nel corso di un’estate (Haunted Summer) trascorsa in compagnia di due magni poeti romantici, George Byron e Percy Shelley, presenze ispiratrici e illuminanti. Ciò permise il capolavoro letterario che il cinema, fin dai suoi esordi, ha esaltato e reso immortale.
E questo perché l’opera trabocca fino all’inverosimile di pressioni talmente violente da sconvolgere il lettore più sensibile e appassionato. Antitesi eterne come male e bene, tristezza e felicità, brutto e bello, si rincorrono qui come note musicali di un valzer crudele ma eccelso.
Così, a una natura straordinariamente bella, si oppone il macabro e raccapricciante aspetto fisico dell’essere. Alla nobiltà dei sentimenti umani, alla bontà e alla voglia di amare, alle gioie di una Svizzera felice si contrappongono atroci cattiverie, profondi rancori, brucianti amarezze e “infernali disperazioni”.
Ma, soprattutto, vi è il tema dello scienziato che si sostituisce a Dio nel creare la vita con il conseguente ammonimento all’audacia blasfema dell’uomo.
Ovviamente, una gamma così vasta di emozioni spinte fino all’eccesso, senza vie di mezzo, calamitarono l’attenzione di un cinema americano molto incline a proporre al proprio pubblico struggenti vicende ambientate nel vecchio continente.
Le prime, brevi pellicole sull’argomento risalgono al 1910 con il “Frankenstein” di J. Searle Dawley, e al 1915 con “Life Without Soul” di Joseph W. Smiley, in cui la creatura è preda di sentimenti umani, la cosa peggiore per un reietto.
Bisogna tuttavia aspettare il 1931 per vedere l’apparizione del più famoso e riconosciuto “Frankenstein” della storia del cinema. E questo grazie alla Universal Pictures la quale, una volta appurato il grande successo della pellicola, si preoccupò di creare una vera e propria saga cinematografica sul soggetto, la cui durata fu di ben 15 anni!
Alla Universal va anche il merito di essere stata l’unica nel periodo 1930/1950, a parte alcune buone iniziative della RKO, a dare una giusta importanza al filone horror/fantasy. Produzioni come “La Mummia”, “L’Uomo Lupo”, “Dracula”, “L’Uomo Invisibile” e, naturalmente, “Frankenstein” hanno lasciato un segno indelebile nella storia del grande schermo.
Notevoli influenze espressionistiche mitteleuropee, preziose eredità del grande cinema horror tedesco anni 20 – “Der Golem”, “Cabinet of Dr. Calidari”, “Nosferatu” – ebbero l’indubbio pregio di influenzare profondamente questi film.
Infatti l’Universal, creata nel 1912 proprio da un immigrato tedesco, Carl Laemmle, raccolse tra le sue fila numerosi registi, attori e tecnici germanici.
La sceneggiatura di “Frankenstein” non si rifaceva direttamente al romanzo, ma ad una già collaudata versione teatrale del 1930 a cura di Peggi Webling. Il film, non a caso, è piuttosto statico. Il regista James Whale curò molto la fotografia, gli scenari gotici e il bianco e nero, cercando quasi di immortalare nella memoria dello spettatore immagini di una poesia e di una sensibilità infinita. L’originalissimo trucco ideato da Jack Pierce per caratterizzare la creatura e la grande espressività di Boris Karloff, nella parte di quest’ultima, contribuiscono in maniera decisiva all’ottima riuscita della pellicola. Colin Clive si cala nella parte di un dottor Frankenstein mite e benigno, voglioso di successo ma nello stesso tempo timoroso di ciò che la sua opera poteva produrre. L’essere è qui muto e patetico, stupito e meravigliato, come un bambino appena nato.
Le continue violenze nei suoi confronti lo trasformano in un mesto pazzo infuriato, accecato dalla pena e dalla disperazione. Il gobbo deforme, come del resto la folla inferocita armata di forconi, torce fiammeggianti e bastoni originarono dei cliché che influenzarono buona parte delle successive produzioni horror. Toccante, anche se stravolto rispetto al romanzo, l’episodio della bambina. Narra la creatura nella versione letteraria:
“Mi fermai, non sapendo esattamente che sentiero seguire, quando udii un suono di voci che mi indusse a nascondermi dietro un cipresso. Mi ero appena nascosto che una bambina arrivò correndo e ridendo, come se stesse scappando da qualcuno per gioco, verso il punto dove mi nascondevo. Continuò la sua corsa lungo le sponde ripide del fiume, quando all’improvviso mise un piede in fallo e cadde nella corrente impetuosa. Mi precipitai dal mio nascondiglio e, lottando con estrema fatica contro la forza della corrente, la raggiunsi e la trascinai a riva. Era priva di sensi, e stavo cercando di rianimarla con ogni mezzo in mio potere, quando fui improvvisamente interrotto dall’avvicinarsi di un contadino, probabilmente la persona da cui stava fuggendo per gioco. Questi, quando mi vide, mi si scagliò contro, e strappatami la bambina dalle braccia, si precipitò correndo verso il fitto del bosco. Lo seguii velocemente, non so nemmeno perché, ma quando l’uomo vide che mi stavo avvicinando, mi puntò contro il fucile che aveva in spalla e fece fuoco. Caddi al suolo, e il mio feritore ancora più rapidamente fuggì nel bosco.”
Nella sequenza cinematografica, invece, la creatura vede una bambina intenta a gettare fiori in un lago. L’essere, seguendo un ragionamento tanto logico e lineare quanto elementare e ingenuo, – se i fiori, che sono belli, vengono gettati nel lago, anche la bambina, altrettanto bella, deve subire lo stesso destino – si macchia inconsapevolmente di un terribile delitto. L’episodio venne all’epoca censurato per l’eccessiva violenza.
Del 1935 è il secondo film della serie, “The Bride of Frankenstein” (“La moglie di Frankenstein”), una vera e propria sinfonia del dolore diretta magistralmente ancora da Whale. Qui l’essere parla, cosicché rabbia e disperazione vengono manifestate anche dalle parole oltre che dall’espressività del viso. Rivolgendosi al suo creatore, lo implora:
“Quello che ti chiedo è equo e ragionevole: ti chiedo una creatura dell’altro sesso, ma ripugnante come me; la richiesta è minima, ma è tutto quello che posso ottenere e mi accontenterò. Lo so, saremo dei mostri, tagliati fuori dal mondo, ma proprio per questo saremo ancora più attaccati l’uno all’altra. La nostra vita non sarà felice, ma sarà innocua e libera dalla disperazione che provo ora. Oh!, mio creatore, fammi felice; fai che senta gratitudine per te almeno per questo beneficio! Dimostrami che posso suscitare simpatia in un essere vivente; non negarmi questa richiesta!”
Superbe le interpretazioni di Boris Karloff, Colin Clive ed Elsa Lanchester nella parte della creatura femmina. Quest’ultima, nonostante compaia solo negli ultimi istanti del film, rimane la figura che più di ogni altra colpì il pubblico; gran parte del merito va, comunque, al geniale make-up di Jack Pierce, ispiratosi per l’occasione al look della regina egiziana Nefertiti. Celebre il finale-nemesi in cui l’essere, vedendosi respinto anche da una creatura sua simile, distrugge il castello del dottor Frankenstein urlando sconsolatamente al cielo, “Noi apparteniamo ai morti” (“We better died”).
È senza dubbio questo l’episodio più impressionante e rappresentativo di tutta la pellicola e, a mio parere, di tutta la produzione Universal su Frankenstein. La perdita dell’unica speranza di felicità, l’impossibilità di poter amare ed essere amato, di avere una piccola isola di felicità, spezza il fragile equilibrio mentale del reietto.

Angoscia e tenerezza si mescolano nell’animo dello spettatore. Il dissidio spirito/materia è qui ripreso, analizzato, condannato. Saprà un giorno l’uomo liberarsi da quelle catene mentali (oggi più che mai dannatamente presenti) che giustificano il rifiuto di ogni diversità, fisica o morale che sia?
Quel giorno, se verrà, illuminerà un importante passo verso una maturità ancora lontana. Questo il messaggio di Whale, questo uno dei messaggi della Shelley. Il punto più alto era stato raggiunto.
I successivi film Universal sul soggetto cadono infatti di intensità e contenuti; situazioni, personaggi e scenari vengono sistematicamente ripetuti; si puntò sulla continuità togliendo ogni spazio alla originalità. Ma se al pubblico stava bene così non era conveniente cambiare. La terza pellicola della saga, “Son of Frankenstein” (“Il figlio di Frankenstein”, 1939), propone per l’ultima volta Boris Karloff nei panni della creatura. Da citare le ottime interpretazioni di Bela Lugosi nel ruolo di Igor, un sinistro personaggio amico dell’essere, e di Lionel Atwill nel ruolo di un capo di polizia. Alla regia Rowland Lee sostituì James Whale. La creatura è qui di nuovo muta e per di più bestiale. Peccato davvero.
Del 1942 è “The Ghost of Frankenstein” (“Il terrore di Frankenstein”), di Erle C. Kenton. L’involuzione continua inesorabile. Non c’è più traccia di umanità nell’essere, ormai ridotto alla stregua di un robot. Lon Chaney Jr., per l’occasione, prende il posto di Karloff. I successivi “Frankenstein Meets The Wolfman” (“Frankenstein contro l’Uomo Lupo”, 1943), “House of Frankenstein” (“Al di là del mistero”, 1944) e “House of Dracula” (“La casa degli orrori”, 1945) propongono riunite assieme, in un canto del cigno assai poco emozionante, tutte le figure gotiche di produzione Universal.
Frankenstein, Dracula, l’Uomo Lupo, scienziati pazzi, assistenti deformi e folle inferocite si accomiatarono momentaneamente da un pubblico ormai sazio e poco incline ad essere spaventato da personaggio di cui era ben noto ogni pregio e difetto.

IL MIRACOLO HAMMER

La pausa durò 11 anni. Bisogna infatti aspettare il 1956 per rivedere sugli schermi produzioni crepuscolari di un certo rilievo. E affinché ciò accada occorre trasferirsi da Hollywood a Bray, sul Tamigi, ad una cinquantina di chilometri da Londra, negli angusti studi di una piccola casa cinematografica londinese: la Hammer Film.
Fondata nel 1948 da un piccolo gruppo di dinamici industriali – Anthony Hammer (alias John Elder), James Carreras e Michael Carreras – la Hammer, grazie ad una intelligente politica aziendale si ritrovò in pochi anni ad essere la regina dell’horror film. Produzioni spigliate, veloci, e il più delle volte vincenti caratterizzarono il cammino di questa artigianale casa britannica.
Tutte le creature e i personaggi che un tempo appartennero al mondo gotico Universal vennero qui riproposti con nuove vesti e rinnovato vigore, e sapientemente affidati nelle mani di un acutissimo regista londinese, Terence Fisher.

Filosofo pessimista, Fisher indaga in ogni sua opera sui mali di una società moderna sempre più cinica e spietata. L’esposizione della perenne situazione di degrado dell’individuo povero e la condanna di una borghesia ipocrita e falsamente moralista rendono inevitabile l’identificazione delle creature infelici con un popolo sfruttato, sottomesso, emarginati e abbruttito. Uno stato di sofferenza che, inevitabilmente, sfocia in lampi violenti e vendicativi, attimi di effimere e improvvisate rivincite.
Fisher non nascose mai la sua simpatia per questi esseri disperati. I cinque film da lui diretti su Frankenstein sottolineano in modo chiaro questa inclinazione.
Non mancano certo le novità rispetto alla saga precedente. La più evidente riguarda proprio la creatura: qui non ritroviamo più lo stesso essere patetico costretto nella stessa eterna carcassa ma, piuttosto, creature di volta in volta esteriormente differenti in rapporto alle circostanze.
Sono creature deformi, orripilanti ma pure belle e avvenenti, maschi e femmine, tutte però sofferenti, incomprese e destinate inesorabilmente a morti atroci.
Anche il dottor Frankenstein, sempre interpretato dal bravissimo Peter Cushing, subisce trasformazioni – interiori nel suo caso – in ogni pellicola. Tutte le possibili sfaccettature dell’uomo scienziato – cinismo, freddezza, indifferenza ma anche angoscia, sofferenza e umanità – vengono qui analizzate, sequenza dopo sequenza, con occhio critico e attento.
Validissimi collaboratori di Fisher furono Jimmy Sangster, brillante sceneggiatore dei primi due Frankenstein, all’epoca poco più che ventenne, e Jack Asher, capo operatore Hammer e mago del colore, quel colore che rivoluzionò il modo di concepire i soggetti gotici, fino ad allora rigidamente sposati al bianco e nero.
Il film “Frankenstein and The Monster From Hell” del 1972 segna la fine delle pellicole sul dottor Frankenstein e la sua creatura da parte della Hammer Film.
Il nuovo corso cinematografico sull’argomento prende in esame il concepimento dell’opera letteraria; propone quindi interpretazioni varie su ciò che verosimilmente accadde a Villa Diodati, in Svizzera, nell’estate del 1816, in quella che sarà ricordata come la “Haunted Summer”, l’estate stregata.
“Gothic” di Ken Russel apre la serie nel 1986, seguito da un poco riuscito “Remando nel vento” (“Rowing with the Wind”, 1987) dello spagnolo Gonzalo Suarez. Del 1988 è invece “The Haunted Summer” di Ivan Passer (“Dr. Creator”), regista profugo cecoslovacco. Il film, passato quasi inosservato, è stato girato in Italia sul lago di Como, presso Bellagio, negli splendidi interni di Villa Melzi.
Chiude la rassegna “Frankenstein di Mary Shelley” (1994) con la regia di Kenneth Branagh, trasposizione più o meno fedele del capolavoro della Shelley.
“Ciascuno di noi scriverà una storia di fantasmi” suggerì Lord Byron agli amici Shelley, Polidori e Mary, allo scopo di rimediare a una “stagione piovosa e poco clemente”.

Ricorda la Shelley, “La pioggia incessante ci costrinse spesso in casa per giornate intere… lunghe e frequenti erano le conversazioni tra Byron e Shelley, a cui io partecipavo come ascoltatrice attenta ma quasi completamente silenziosa.
Durante una di queste furono discusse varie questioni filosofiche, tra cui la natura del principio vitale e se vi fossero possibilità che venisse scoperto e reso noto. Forse si sarebbe potuto rianimare un cadavere; il galvanismo aveva dato speranze in questo senso. Forse era possibile fabbricare, mettere insieme e dotare di calore vitale le parti che compongono un essere vivente
”.
Tuttavia, un eventuale successo dell’esperimento avrebbe sicuramente generato esseri terrificanti, “perché terrificante sarebbe il risultato di qualsiasi tentativo umano di imitare lo stupendo meccanismo del Creatore del Mondo”.

Giuseppe Guidi

Articolo originariamente scritto nel 1987 per la rivista “Fantime”

 

LE SCHEDE

 
Brevi note biografiche su registi, attori e creativi citati nell’articolo.
 
SEZIONE UNIVERSAL
  LIONEL ATWILL (1885-1946)
Nato a Croydon, Inghilterra, iniziò la sua carriera come attore di teatro. Emigrato negli Stati Uniti nel 1915, passò al cinema nel 1932. Interpretò numerosissime parti di secondo piano, spesso come criminale tedesco o scienziato pazzo. Memorabile il ruolo di capo della polizia dotato di un braccio artificiale che gli venne affidato nel film “Son of Frankenstein”, un ruolo che ripeté in parecchie produzioni successive.
Tra i suoi molti lavori ricordiamo “The Man Who Reclaimed His Head”, “Mystery of the Wax Museum”, “Murders in the Zoo”, “Mark of the Vampire”, “The Gorilla” e “Made Man Monster”.
 
 
LON CHANEY, JR. (1907-1973)
Nato ad Oklahoma City, USA, col nome di Creighton Chaney, era figlio del famoso Lon Chaney, stella del cinema muto. Caratterizzatosi nel ruolo dell’Uomo Lupo, impersonò anche creature come quella di Frankenstein, la Mummia e Dracula. Lo ricordiamo inoltre in “Son of Dracula”, “The Mummy’s Tomb”, “Frankenstein Meets the Wolfman”, “Made Man Monster” e “The Alligator People”.
 
 
  BORIS KARLOFF (1888-1969)
Nato a Dulwich, Inghilterra, il suo vero nome era William Pratt. Iniziò come attore di teatro nel 1910 per poi passare al cinema nel 1919. Divenne una celebrità con “Frankenstein”. Da allora in poi fu sempre identificato con la creatura, sebbene interpretò quel ruolo solo tre volte. Diede vita anche alla sconvolgente Mummia nel film di Karl Freund. Karloff deve essere considerato la più grande star dell’horror-movie. Lo ricordiamo in altri classici della paura come “The Old Dark House”, “The Black Cat”, “The Man Who Lived Again”, “The Body Snatcher” e “The Raven”.
COLIN CLIVE (1898-1937)
Attore britannico il cui vero nome era Greig Clive. James Whale lo scelse per la parte del dottor Frankenstein nei primi due film della serie. Apparve anche in “Mad Love”, altra nota pellicola horror.

  ELSA LANCHESTER (1902-1986)
Attrice britannica, vedova di Charles Laughton. All’inizio degli anni 30, insieme a Laughton, decise di intraprendere l’avventura hollywoodiana. Memorabile fu la sua apparizione finale in “The Bride of Frankenstein”, nella parte della creatura femmina. Nel suo ricco carnet da segnalare altri due horror films, “Willard” e “Terror in the Wax Museum”.
  BELA LUGOSI (1882-1956)
Nato a Lugos, Ungheria, il suo vero nome era Bela Blasko. Attore di teatro e di cinema in patria, emigrò ben presto negli Stati Uniti per ragioni politiche. Nel 1930 fu scelto dal regista Tod Browning per la parte del Conte Dracula nel film omonimo. Fu un successo immediato ed esaltante, il più grande della sua carriera. Successivamente interpretò importanti ruoli in altri eccellenti horror movies come “White Zombie”, “The Black Cat”, “Son of Frankenstein” e “The Body Snatcher”.

 

  JACK PIERCE (1888-1968)
Nato a New York nel 1988 fu il geniale creatore dei celebri volti di tutte le creature gotiche della Universal: da Dracula a Frankenstein, dalla Mummia all’Uomo Lupo.
  JAMES WHALE (1896-1957)
Nato a Dudley, Inghilterra, iniziò la sua carriera artistica come attore e produttore teatrale. Regista dal 1929, firmò per la Universal quattro capolavori fantastici: “Frankenstein”, “The Old Dark House”, “The Invisibile Man” e “The Bride of Frankenstein”. Costretto a ritirarsi dal cinema per la sua omosessualità, morì tragicamente nel 1957.

 

SEZIONE HAMMER
  PETER CUSHING (1913-1994)
Attore inglese che fece spesso coppia con Christopher Lee negli horror films della Hammer. Dopo l’ottima interpretazione del dottor Frankenstein nel film “The Curse of Frankenstein”, divenne l’attore prediletto da Terence Fisher. Apparve, tra l’altro, in “Horror of Dracula”, “The Mummy”, “The Gorgon”, “The Skull”, “The Blood Beast Terror”, “Dr. Phibes Rises Again”, “From Beyond the Grave”, “Seven Golden Vampires” e “The Devil’s Man”.
  TERENCE FISHER (1904-1980)
Nato a Londra nel 1904, approdò alla regia cinematografica solo nel 1947, all’età di 43 anni. Nel 1951 entrò a far parte dell’organico Hammer dove diresse le pellicole che lo consacrarono uno dei più geniali registi inglesi del Gothic-movie. Tra le sue opere, “The Curse of Frankenstein”, “Horror of Dracula”, “Dracula, Prince of Darkness”, “The Mummy”, “The Curse of Werewolf” e “The Phantom of the Opera”.

CHRISTOPHER LEE (1922- )
Nato a Londra da madre italiana, il suo vero nome è Christopher Frank Carandini Lee. È l’attore che, probabilmente, ha avuto più ruoli horror di qualsiasi altro, Boris Karloff compreso. Raggiunge il successo con la pellicola “The Curse of Frankenstein”, nella quale impersona la creatura. È tuttavia maggiormente ricordato per le interpretazioni del Conte Dracula, ruolo che ha ripetuto una ventina di volte circa. Tra i suoi lavori di maggior risalto, “The Mummy”, “Two Faces of Dr. Jekyll”, “The Gorgon”, “Night of the Big Heat” e “The Devil Rides Out”.

 

FILMOGRAFIA CONSIGLIATA

1910 – FRANKENSTEIN – Edison – USA
di J. Searle Dawley con Charles Ogle

1915 – LIFE WITHOUT SOUL – Ocean Film Corp. – USA
di Joseph W. Smiley con Percy Darrel Standing, Lucy Cotton

1931 – FRANKENSTEIN – Universal – USA
di James Whale con Boris Karloff, Colin Clive, Mae Clark, Dwight Frye

1935 – THE BRIDE OF FRANKENSTEIN – Universal – USA
(La moglie di Frankenstein)
di James Whale con Boris Karloff, Colin Clive, Elsa Lanchester, Dwight Frye

1939 – SON OF FRANKENSTEIN – Universal – USA
(Il figlio di Frankenstein)
di Rowland V. Lee con Boris Karloff, Basil Rathbone, Bela Lugosi, Lionel
Atwill

1942 – THE GHOST OF FRANKENSTEIN – Universal – USA
(Il terrore di Frankenstein)
di Erle C. Kenton con Cedric Hardwicke, Lon Chaney Jr., Bela Lugosi,
Lionel Atwill

1943 – FRANKENSTEIN MEETS THE WOLFMAN – Universal – USA
(Frankenstein contro l’Uomo Lupo)
di Roy William Neil con Lionel Atwill, Bela Lugosi, Lon Chaney Jr.

1944 – HOUSE OF FRANKENSTEIN – Universal – USA
(Al di là del mistero)
di Erle C. Kenton con Boris Karloff, Lon Chaney Jr., J. Carroll Naish, John
Carradine, Glenn Strange

1945 – HOUSE OF DRACULA – Universal – USA
(La casa degli orrori)
di Erle C. Kenton con Lon Chaney Jr, John Carradine, Lionel Atwill, Glenn
Strange

1956 – THE CURSE OF FRANKENSTEIN – Hammer – GB
(La maschera di Frankenstein)
di Terence Fisher con Peter Cushing, Christopher Lee, Hazel Court.

1957 – THE REVENGE OF FRANKENSTEIN – Hammer – GB
(La vendetta di Frankenstein)
di Terence Fisher con Peter Cushing, Francis Matthews, Eunice Gayson

1958 – FRANKENSTEIN 1970 – Allied Artist – USA
di Howard W. Koch con Boris Karloff, Tom Duggan, Jana Lund

1964 – EVIL OF FRANKENSTEIN – Hammer – GB
di Freddie Francis con Peter Cushing

1966 – FRANKENSTEIN CREATED WOMAN – Hammer – GB
(La maledizione dei Frankenstein)
di Terence Fisher con Peter Cushing, Susan Denberg, Thorley Walters

1969 – FRANKENSTEIN MUST BE DESTROYED – Hammer – GB
(Distruggete Frankenstein!)
di Terence Fisher con Peter Cushing, Veronica Carlson, Thorley Walters

1972 – FRANKENSTEIN AND THE MONSTER FROM HELL – Hammer – GB
di Terence Fisher con Peter Cushing, David Prose, Shane Briant

1986 – GOTHIC – Orion – USA
di Ken Russell con Gabriel Byrne, Julian Sands, Miriam Cyr, Natasha
Richardson, Timothy Spall

1987 – REMANDO AL VIENTO – Iberoamericana International – GB/SPAIN
(Remando nel vento)
di Gonzalo Suarez con Hugh Grant, Lizzy McInnerny, Valentine Pelka,
Elizabeth Hurley

1988 – THE HAUNTED SUMMER – Cannon – USA
(L’estate stregata)
di Ivan Passer con Philip Anglim, Eric Stoltz, Laura Dern, Alice Krige, Alex
Winter

1994 – MARY SHELLEY’S FRANKENSTEIN – Columbia – USA
(Frankenstein di Mary Shelley)
di Kenneth Branagh con Robert De Niro, Kenneth Branagh, Tom Hulce,
Helena Bonham Carter

 

VERSIONI UMORISTICHE

1948 – ABBOTT AND COSTELLO MEET FRANKENSTEIN – Universal –
USA
(Gianni e Pinotto e il cervello di Frankenstein)
di Charles Lamont con Bud Abbott, Lou Costello, Lon Chaney Jr., Bela
Lugosi, Glenn Strange

1974 – YOUNG FRANKENSTEIN – 20th Century Fox – USA
(Frankenstein Junior)
di Mel Brooks con Gene Wilder, Peter Boyle, Marty Feldman
 

FILM PER LA TELEVISIONE

1973 – FRANKENSTEIN – THE TRUE STORY – Universal – USA
di Jack Smight su testo di Christopher Isherwood
 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Mary Shelley, Frankenstein, Oscar Mondadori, Milano, 1982. Introduzione di Laura Caretti.

Mary Shelley, Frankenstein, Marvel Comics Group, New York, N.Y., USA, 1983.
Versione originale con illustrazioni a china di Bernie Wrightson. Introduzione di Stephen King.

Bernie Wrightson’s Frankenstein, Underwood-Miller, Lancaster, Pennsylvania, USA, 1994.

Teo Mora, La storia del cinema dell’orrore, Fanucci, Roma, 1978.

Fabio Giovannini, Terence Fisher, un artigiano dell’horror, AUT (Associazione Universitaria Teatrale), Roma, 1983.

Fabio Giovannini, Universal, lo “studio” degli orrori, Catalogo Fantafestival ’87, Compagnia Italiana Turismo, Roma, 1983.

David Pirie, A Heritage of Horror – The English Gothic Cinema 1946-1972, Gordon Fraser, Londra, 1973.

William K. Everson, Classics of the Horror Film, Citadel Press, Secaucus, N.J., USA, 1974.

Daniel Cohen, Horror Movies, Gallery Books, New York, N.Y., USA, 1984.

Klein/Parker, The English Novel and the Movies, Frederick Ungar Publishing Co., New York, N.Y., USA, 1981.

Gregory William Mank, It’s Alive – The Classic Cinema Saga of Frankenstein, AS Barnes & Company Inc., La Jolla, California, USA, 1981.

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