|
BARRY WINDSOR-SMITH:
PROFILO DI UN ARTISTA |
| È
un’opera ardua ripercorrere la carriera di una persona come Barry
Windsor-Smith, uno dei pochi cartoonist che possa fregiarsi con
merito del titolo di artista. In effetti, nonostante il maestro
inglese non abbia firmato poi molti comic book, avvicinarsi alla sua
produzione artistica in costante evoluzione richiede rispetto e una
sensibilità inconsuete per chi è abituato a trattare i fumetti
come prodotti di rapido consumo.
I lavori
dello Smith odierno sono spesso vere e proprie opere d’arte, di
dignità pari o superiore a quelle di molti autori contemporanei che
espongono i loro lavori nelle gallerie. Come già detto, però, l’arte
di Barry Smith è stata segnata da una continua evoluzione e per
comprenderne meglio l’opera, è necessario ripercorrere i suoi
passi, dai primi lavori fino alle produzioni più recenti.
|
| Nato
nel 1949 nell’East End londinese, Barry Smith è uno dei tanti
figli di operai della parte più povera della “City” e per tutta
la sua infanzia ha subito il fascino dei comics americani e dei
disegni di Jack Kirby, allora assoluto dominatore della
scena.
Affascinato
dalle storie della prima “Era Marvel” e dall’idea che
disegnando potesse trasformarsi in un creatore dei personaggi che
tanto amava, a 16 anni Barry si iscrisse a un istituto artistico.
Qui la sua passione per i fumetti si scontrò subito con i dettami
accademici che mal accettavano le contorte ed eccessive anatomie
ispirategli da Kirby. Anche grazie a questo in lui nacque il
desiderio di imparare realmente a disegnare, intuendo le grandi
possibilità espressive che potevano derivare dall’arte
propriamente detta.
Finito il
Liceo Artistico (frequentato, tra l’altro, dall’amico John
Bolton), piuttosto che affidare la propria mano alle agenzie
pubblicitarie della zona, Windsor-Smith attraversò l’oceano per
proporre alla Marvel alcuni esempi del proprio lavoro. Era il 1968,
la Marvel stava decollando, aveva innumerevoli progetti in
preparazione e una necessità quasi disperata di disegnatori. Il
Nostro, dunque, non faticò a trovare spazio e presto gli venne
affidato un intero, prestigioso albo da disegnare: lo storico X-Men
53 del febbraio 1969, cui seguirono le copertine dei due numeri
successivi, tutti impegni che Barry onorò rifacendosi chiaramente
allo stile Kirby.
I successivi
lavori su Avengers, su SHIELD, su alcune collane
horror e soprattutto su Daredevil, segnarono la sua veloce
maturazione verso uno stile più personale, ancora legato alla
grafica dei maestri (Kirby e Steranko su tutti) ma via via più
stilizzato e proprio. Gli squadratissimi volti alla Kirby, per
esempio, piano piano dimagrirono, allungandosi con espressioni
allucinate. Contemporaneamente anche l’impostazione delle pagine
mutò, diventando più complessa, arricchendosi di vignette
cinematografiche, di “zoomate”, di tante invenzioni che
permettevano di raccontare con la sequenzialità oltre che con il
tratto.
I n
quasi tutto ciò che fece, inoltre, l’artista contribuì
attivamente anche alla stesura dei soggetti. Nel caso della trilogia
di Daredevil 50/52 per esempio, sua fu la caratterizzazione
di uno dei primi personaggi omosessuali del fumetto americano: il
mai dimenticato Starr
Saxon.
I primi
incarichi per la Marvel, comunque, non furono poi molti ma bastarono
ad assicurargli la sopravvivenza in un periodo che lui ricorda fra i
più disagiati della sua intera carriera: mangiava più o meno a
giorni alterni e doveva costantemente lottare con il Servizio
Immigrazioni per non essere rispedito in patria senza tanti
complimenti… cosa che comunque avvenne
quasi simultaneamente all’inizio del suo lavoro sul personaggio
con cui ancora oggi viene comunemente identificato: Conan
il Barbaro.
|
|
L’ERA
CONAN, LA CIMMERIA E ALTRI BARBARI |
|
Le
storie del barbaro avrebbero dovuto disegnarle o Jack Kirby o quel John
Buscema dallo stile sicuramente consono agli ambienti e ai
personaggi di Robert Howard (tanto consono che
successivamente disegnò oltre cento avventure del personaggio). La
collana era però tra quelle che la Marvel considerava “a rischio”
ed esigeva l’impiego di personale molto economico e quindi quasi
sconosciuto. Smith lavorava allora per venti dollari a pagina e
aveva già collaborato con Roy Thomas, il soggettista
designato per la serie.
La
scelta fu dunque quasi obbligata anche se, per sua stessa
ammissione, Barry non conosceva molto né del mondo di Howard, né
della sword & sorcery. Su suggerimento di Thomas, però,
in poche settimane divorò i libri su Conan, imparando ad amare
quelle ambientazioni fantasy che poi la sua arte avrebbe fissato per
sempre nell’immaginario dei lettori.
Nell’aprile 1970, sul numero 4 di Chamber of Darkness
uscì quindi un racconto breve, universalmente considerato la prova
generale di Conan, basato sulla figura di Starr (ancora!) l’uccisore,
fisicamente identico al cimmero. |
 |
| La
serie Conan the Barbarian iniziò invece nell’ottobre 1970
e, dopo le prime tre storie che lui stesso definisce “raccontini
di supereroi vestiti da barbari”, con l’episodio La Torre
dell’Elefante l’arte di Smith iniziò a decollare.
Affidando a
Conan la sua intima essenza (“Conan è solo una versione inventata
di me stesso… fa ciò che vorrei fare se mi trovassi in quelle
stesse situazioni”), Smith trasfigurò il mondo di Howard a
immagine e somiglianza del suo immaginario personale, inserendo in
quella storia tutta la magia, il silenzio e la decadenza che aveva
sempre voluto ritrarre. E lo fece sia strutturando la pagina con un’abilità
cinematica superiore a quella espressa fino ad allora, sia
infittendo le immagini dei più minuscoli particolari, segno di una
meticolosità che il tempo porterà ai limiti della follia. Tutto
quel che caratterizzava La Torre dell’Elefante si
ripresentò, evolvendosi negli episodi successivi di Conan e nelle
opere contemporanee tra cui alcuni episodi di Ka-Zar, del Dottor
Strange e dei Vendicatori (indimenticabile lo storico #
100 degli Avengers).
Pian piano lo
stile di Smith divenne lo stile fantasy per eccellenza. Il
mondo che disegnava era un mondo magico, slegato il più possibile
da quello dell’epoca e affondato in un bisogno di evasione che
diventava quasi ribellione contro una realtà che lo soffocava e
cercava di stritolarne l’arte. Man mano che il suo tratto
migliorava e si arricchiva di dettagli, l’artista era però
costretto a rallentare i suoi tempi di lavorazione e di conseguenza
a ritardare le consegne. Ma in un sistema editoriale come quello
statunitense dove i disegnatori erano pagati a pagina
indipendentemente dalla qualità del prodotto, lo splendore delle
sue tavole gli garantiva soltanto una riduzione degli introiti che,
sommata alla tristezza di vedere i suoi disegni stampati malamente
su carta di pessima qualità non poté che sfociare in una totale
repulsione verso tutto il mondo del fumetto. Non è un caso che le
ultime due opere del blocco conaniano, La Canzone di Red Sonja
e Artigli Scarlatti, siano da considerarsi le più
belle, struggenti e complete, degni suggelli di un periodo ormai
chiuso. |

|
|
LA
GORBLIMEY PRESS E “LO STUDIO” |
 |
“It’s
a hell of a fight-and I’m tired of fighting!”
(È una lotta inutile e io sono stanco di lottare!). Pare che queste
furono le parole usate da Smith allorché lasciò Conan, la Marvel e
tutto il mondo del fumetto. Prima di lui e come lui anche Jim
Steranko e poco dopo anche Neal Adams si allontanarono
dall’establishment editoriale, stanchi e delusi, per dedicarsi a
progetti personali di gran lunga più gratificanti. Il loro
abbandono preparò le basi per la rivalutazione del lavoro dei
disegnatori che oggi operano in condizioni di libertà e di guadagno
economico un tempo impensabili.
Allontanatosi
dal sistema, per sottolineare il taglio col passato, Barry cambiò
il proprio cognome da Smith a Windsor-Smith e fondò una propria
casa editrice, la Gorblimey Press, il cui unico scopo fu
quello di diffondere le sue opere al pubblico nella qualità più
alta possibile. E si badi bene che non parliamo di fumetti: l’autore,
da quel momento e per molto tempo, si concentrò esclusivamente
sulla produzione di serigrafie, poster, portfolios, segnalibri e
altro ancora, rigettando qualsiasi coinvolgimento col mondo dei
comics. Da citare, però, che ancora venivano pubblicate delle opere
“postume”: alcuni suoi schizzi vennero finiti e
chinati
dall’emulo Tim Conrad per due storie di Savage Sword of
Conan e una breve interruzione al suo isolamento furono le chine
per le prime 11 pagine della storia di Capitan America per il
bicentenario degli USA |
| Per
il resto, pur rinunciando allo storytelling (la narrazione
grafica), Windsor-Smith si espresse al massimo portando la sua arte
verso vette altissime, libero finalmente da ogni vincolo editoriale.
Insieme a Jeffrey Jones, Michael W. Kaluta e Bernie
Wrightson, tre artisti profondamente diversi da lui, ma con cui
condivideva il rigetto verso il sistema e la realtà, affittò un
appartamento a Manhattan e vi fondò “Lo Studio”, un ambiente di
comune ispirazione dove i quattro si ritrovarono, se non per
lavorare e/o cooperare, quanto meno per confrontare sogni e
aspirazioni. Nacquero in quel periodo dipinti indimenticabili come Pandora,
Devil’s Lake, Whithering, Artemis
and Apollo e Fate Sowing the Stars, degni di
far capolino nella storia dell’arte. Sono opere studiate, meditate
e partorite dopo una lunghissima preparazione. In esse ogni singolo
particolare, ogni minimo dettaglio ha uno scopo e un significato ben
preciso. Osservando lo splendido ottagono di Pandora, possiamo
spendere ore ad analizzare lo sfondo saturo di dettagli
autobiografici di rara potenza evocativa: si va da Conan ai dischi
incisi dall’autore nel suo periodo musicale, da una bottiglia dell’amatissimo
vino con l’etichetta della Gorblimey Press, ad altro ancora. E che
dire poi dell’espressione di dolore lancinante dell’arpia
ritratta sul bordo del lago (The Devil’s Lake) o
della miriade di fronde e di alberi di Whithering? |
 |
| Sono
opere che meriterebbero di essere viste ed amate da tutti e che
inducono a criticare il loro autore solo per averle riservate a un
pubblico più ridotto rispetto a quello dei fumetti. Tutte o quasi
sono comunque raccolte nell’imperdibile e introvabile “The
Studio” pubblicato dalla Dragon’s Dream nel 1979.
In quel
periodo, come ampiamente confermato da dichiarazioni dell’autore,
Windsor-Smith scoprì le sue radici artistiche nel gruppo dei Preraffaelliti,
pittori e poeti inglesi del XIX secolo tra cui Edward Burne-Jones,
Arthur Hughes e soprattutto
Dante Gabriel Rossetti (1828-1882) le cui opere hanno
chiaramente lasciato un’impronta nel nostro artista. In omaggio ai
suoi ispiratori, Barry si definisce ancora oggi un artista new
romantic, rifiutando l’appellativo di “illustratore fantasy”
che, francamente, gli sta davvero troppo stretto. Quello che mancava
allora, però, era il contatto col grande pubblico che la Gorblimey,
per le carenze distributive insite in una casa così piccola, non
poteva garantirgli. |
| Già
in una intervista su Epic Illustrated 7 (8/81) si poteva
intuire una certa nostalgia verso il fumetto. Per il vero e proprio
ritorno si dovette però attendere il 1984 con l’uscita quasi
contemporanea di Pathways to Fantasy per la Pacific Comics
e di Marvel Fanfare 15 per la Marvel. In tali lavori, e
soprattutto nel secondo (la famosa storia dei pesci d’aprile tra
la Cosa e la Torcia apparsa su Grandi Autori Marvel 3), Barry
riportò tutta l’esperienza maturata negli anni di assenza
sconvolgendo tutti coloro che lo ricordavano solo come l’artista
di Conan. La prima cosa che colpisce di quell’episodio non è
tanto l’umorismo o l’uso maniacale dei dettagli, quanto la
perfezione del colore: non è più semplice abbellimento della
pagina, ma un ulteriore elemento narrativo. Il colore diventa linea
e contribuisce al disegno creandolo e non più sovrapponendosi ad
esso. Nella sua tavolozza, Barry trovò dunque il modo di stupire
ancora, offrendo a tutti, questa volta, esempi indimenticabili di
narrazione grafica.
Il passo
successivo di maggiore importanza, fu la collaborazione con Chris
Claremont, con cui produsse dei capisaldi nella storia dei
mutanti di Xavier. I due episodi di Vitamorte caratterizzarono
egregiamente il personaggio di Tempesta mentre Lupo Ferito,
oltre a essere uno sfoggio grafico di rara potenza, costituì un
notevolissimo ritratto psicologico di Wolverine. Nei mutanti, Barry
trovò quella passione che una volta nutriva per Conan e riuscì
nuovamente a infondere nei personaggi la sua intima essenza. Di
nuovo, secondo la sua più classica filosofia artistica, i
personaggi agivano come avrebbe agito l’autore in quella
situazione. È stato poi proprio l’amore per i mutanti a
influenzare la produzione di Smith alla fine degli anni 80. Oltre
agli episodi già citati, l’artista ha realizzato la storia degli
X-Men contenuta in questo albo, numerosissime copertine per i Nuovi
Mutanti e gli X-Men, chine per la miniserie X-Men
& Alpha Flight, un racconto di Excalibur, una terza Vitamorte
ancora inedita e, all’inizio del nuovo decennio, il serial Weapon
X destinato a svelare parzialmente il mistero delle origini
di Wolverine. Discende poi dai mutanti la collaborazione con Ann
Nocenti (al tempo editor degli X-Men) che ha fruttato uno
splendido e lirico fill-in di Daredevil.
Altra
caratteristica degli ultimi lavori del maestro, comunque, è la
passione per la tecnologia e le macchine in generale. Dopo aver
contribuito alla serie Machine Man coprendo con le sue chine
le deboli matite di Herb Trimpe, nel 1988 pose la sua firma
all’epilogo delle Armor Wars regalandoci l’episodio
più bello della saga di Iron Man. La passione per le
macchine, che evidentemente l’autore vede come i nuovi draghi di
un fantasy al passo coi tempi, traspare anche dalla già
citata Weapon X, dove il povero Logan è costantemente
alle prese con ordigni infernali che sembrano succhiargli il sangue
(e non solo metaforicamente). |
|
 |
|
JIM SHOOTER,
LA VALIANT… E POI? |
|
Siamo
quindi arrivati al presente. Oggi il maestro, deciso a sfruttare a
fondo la ritrovata produttività, è entrato nella scuderia di Jim
Shooter diventando praticamente l’unico punto di forza della Valiant.
Dal
nuovo connubio sono nati prodotti di tutto rispetto, quali il serial
Alpha & Omega dedicato alle origini di Solar, il
primo numero di X-O Manowar e altro ancora, tutto però a un
livello un tantino inferiore rispetto ai suoi ultimi lavori e
specialmente alla magnifica Weapon X. È facile
trovare le ragioni di questo pur minimo calo artistico nella
velocità con cui le opere sono state realizzate, dovuta
probabilmente alle necessità della piccola casa editrice che su di
lui poggia tutta la sua credibilità. Rispetto a una super
produzione che non raggiunge lo standard cui ci ha abituati,
preferiamo dei rari ma indiscutibili capolavori (come dovrebbe
essere la Graphic Novel di Hulk non ancora pubblicata nella
ricerca della perfezione), pur sapendo che per averli è necessario
aspettare pazientemente. |
Riccardo
Vinci & Giuseppe Guidi
Articolo
pubblicato originariamente su X-Men 23 (Star Comics) del
giugno 1992 |